Videosorveglianza: L’evoluzione di uno strumento multiforme

Pensando alla videosorveglianza, ci viene spontaneo associare l’utilizzo di telecamere alla repressione del crimine, come se questa fosse sempre stata la finalità principale attribuita a questo sistema di sicurezza. Appare curioso scoprire che, storicamente, i primi impianti di videosorveglianza vennero installati per finalità che nulla avevano a che fare con la sfera criminologica, e nemmeno erano diretti ad inquadrare individui.

Furono le Forze armate tedesche, negli anni ’30 del Novecento, ad utilizzare per prime le telecamere come strumento d’ausilio in campo militare, nello specifico per monitorare il lancio dei missili V-2. Ci vollero altri vent’anni perché la videosorveglianza iniziasse a sganciarsi da un utilizzo esclusivamente militare, divenendo in prima istanza lo strumento privilegiato per la gestione del traffico. Risale agli anni ’60, sempre nel contesto tedesco, l’introduzione delle prime “auto di videosorveglianza mobile”, attraverso le quali la polizia era supportata nel controllo di scioperi e manifestazioni.

 

A livello di applicazione pubblica, bisognerà aspettare gli anni ’90 per la comparsa dei primi programmi di videosorveglianza in un’ottica di sicurezza urbana. Fu Lipsia a portare avanti per prima questo paradigma. La positiva pubblicità che i media iniziarono ad attribuire alla videosorveglianza, delineata come responsabile della risoluzione di alcuni gravi fatti di cronaca, decretò in poco tempo una consistente espansione di questi sistemi in tutta Europa.

Le telecamere, viste come elemento chiave nella conduzione delle indagini di polizia, iniziarono così ad attirare l’interesse ed il supporto della popolazione. Fu la Gran Bretagna ad aggiudicarsi in poco tempo il titolo di “roccaforte della videosorveglianza”, tanto che, nella sola Londra, si potevano contare agli inizi degli anni Duemila più di 500’000 telecamere.

In questa ondata di entusiasmo, la videosorveglianza era ormai considerata la “soluzione miracolosa” contro tutti i problemi legati alla criminalità. Basti pensare che l’approccio inglese si fondava sullo slogan: “Se non hai nulla da nascondere, non hai nulla da temere”. Benché l’utilizzo di telecamere abbia visto una consistente espansione in tutta Europa, il punto di vista inglese non venne mai considerato come degno di emulazione da parte degli altri Stati. Anzi, vi fu chi lo criticò pesantemente, parlando di una videosorveglianza generalizzata, che comportava un’irreparabile violazione dei diritti umani.

Al di là delle differenze che esistono tuttora nell’utilizzo di questi apparecchi da parte dei diversi paesi, divenne comune (e giuridicamente regolata) l’importanza attribuita al rispetto della privacy degli individui ripresi, i quali devono sempre essere informati della presenza di telecamere. Centrali divennero ben presto i principi di liceità, proporzionalità, necessità e finalità, da rispettare ogni qualvolta si opti per l’installazione di sistemi di videosorveglianza. A ciò si somma il recente principio di privacy by design, sancito dal nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati, che consiste nell’obbligo di incorporare il rispetto della privacy fin dalla progettazione degli impianti.

Ad oggi, le stime italiane parlano di 2 milioni di apparecchi installati nel nostro Paese, uno ogni 35 abitanti, con il risultato che un cittadino in una grande città italiana viene ripreso mediamente da 100 telecamere al giorno. Quello della videosorveglianza è quindi un settore articolato e complesso, caratterizzato da un’evoluzione continua ed una diffusione globale. Un settore che esercita da sempre un forte impatto a livello di opinione pubblica, e che deve prestare attenzione al bilanciamento di interessi di diversa natura.

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Articolo di Ilaria Grott – laureata in Politiche per la Sicurezza presso l’Università Cattolica di Milano.

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By | 2019-02-18T14:19:16+01:00 4 Gennaio, 2019|news|0 Comments
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